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Oggi, chi viene a lavorare con me lo fa perché mi rispetta. Tuttavia, l’esercizio dell’autorità da parte di una donna resta una questione delicata. I pregiudizi esistono. Li ho superati con il tempo, con i successi e lavorando su me stessa. Accetto le critiche quando sono costruttive, ma ho imparato a non colpevolizzarmi. Un errore, a volte, semplicemente ti insegna qualcosa.
Chiara Pavan
Sorriso dolce, natura determinata, con il suo lavoro e la sua visione ha conquistato e mantiene, una Stella Michelin per l’eccellenza culinaria e una Stella Verde Michelin per il suo impegno nella sostenibilità. Oggi è tra le figure più note e riconoscibili della ristorazione contemporanea.
Filosofa di formazione, chef per vocazione, Chiara Pavan ha scoperto la cucina durante gli studi universitari a Pisa. Dopo un corso professionalizzante, ha intrapreso un percorso ricco di esperienze che l’ha portata nel 2017 al timone del ristorante Venissa, sull’isola di Mazzorbo (Venezia). Insieme al suo team, che lei stessa definisce preziosissimo, ha trasformato questa realtà in un punto di riferimento dell’alta cucina, fondato sulla ricerca di sostenibilità, rispetto per il territorio e lotta agli sprechi. Grazie alla sua visione etica e alla capacità di leadership, Chiara ha conquistato riconoscimenti internazionali in Italia e all’estero. Oggi, il suo punto di vista autorevole risuona anche fuori dalla cucina, tra campagne sociali, pubblicazioni e TV.
Chiara Pavan per Yalea Eyewear
Con questa campagna Yalea punta lo sguardo sull’affermazione del femminile anche in ambito professionale: una visione nitida, in cui forma e sostanza convivono e ispirano nuove visioni. Una collezione che invita a rompere le barriere e guardare oltre.
Ciao Chiara, oggi sei un nome di riferimento nel mondo della ristorazione, un personaggio pubblico con una bella visibilità: la tua voce è autorevole, la tua opinione pesa … ma quindi, questo tetto di cristallo, esiste? Prima di arrivare a infrangerlo, mai avuti dubbi o paure? Mai dovuto gestire situazioni spiacevoli? Come si reagisce? Cosa diciamo alle nuove generazioni?
“C’è un mondo dentro questa domanda, ma in fondo l’argomento è ampio e complesso. Parto dalla fine, con un messaggio per le nuove generazioni, ma che fa bene a tutte: bisogna essere convinte, appassionate, completamente dedicate. Non voglio edulcorare la realtà: arrivare in cima è un duro lavoro, devi volerlo con tutta te stessa.
Questa è la linea da cui partiamo e per arrivare al sottotetto, i sacrifici sono all’ordine del giorno, così come i dubbi, le paure, le insicurezze: quando mi hanno affidato Venissa non avevo mai fatto la capo cucina, avevo paure da regalare. Ma la mia voglia di riuscire era più grande e quello è stato il momento in cui ho imparato che la paura va accolta, studiata e trasformata in forza gentile.
Oggi so dire a me stessa “Chiara, la cosa peggiore che possa capitarti è sbagliare. Basta ricominciare”. Fare mio questo atteggiamento, mi ha insegnato la pazienza verso me stessa. Ho imparato a lasciar andare il perfezionismo fine a sé stesso e ad accogliere il processo come parte della crescita. In ogni insicurezza c’è un potenziale. Come quando mi sono trovata ad affrontare il pregiudizio: soprattutto all’inizio della mia ascesa, ci sono stati momenti in cui era lampante il fastidio di alcuni nello staff di dover seguire le direttive di una donna, per giunta giovane.
Anche quello è stato un boccone complesso da masticare, ma ho lavorato su me stessa, ho imparato a smettere di sentirmi in colpa perché esercitavo l’autorità del mio ruolo. Perché questo facciamo noi: mentre siamo vittime del pregiudizio, molto spesso sopra ci colpevolizziamo.
Il problema non è non essere brave. Il problema è che ci sentiamo in colpa per esserlo.
Oggi, non chiedo più scusa per essere decisa, non ho sensi di colpa in quello che faccio: faccio una cosa bella, la faccio al meglio. Se qualcuno mi critica, accetto la critica, quando è costruttiva.
A volte un errore, semplicemente ti insegna qualcosa, è inutile stare ad autopunirsi e rimuginare. È fondamentale per andare avanti e non mollare.
Bisogna essere molto pazienti e gentili anche con sé stessi. Soprattutto se si vuole arrivare lontano.”
Leadership al femminile: è una parola che suona meglio al plurale
Nella visione di Chiara Pavan, il successo è un’architettura condivisa, fatta di ruoli complementari e responsabilità distribuite. La leadership non è dominare, ma includere. E l’empowerment non è autoaffermazione solitaria, ma capacità di costruire spazi e condizioni dove ogni talento può esprimersi. “Non si arriva e non si resta in alto da soli, soprattutto in un lavoro come il mio — ci dice — il team è la condizione stessa di successo. Il mio percorso verso la vetta è senza dubbio frutto della mia totale dedizione, tenacia e impegno, ma non avrei potuto fare nulla se, al momento giusto, non avessi avuto qualcuno che ha creduto in me e una squadra straordinaria che mi ha aiutato a dare forma alle mie visioni.”
Successo come possibilità di dare spazio alla propria identità: chiacchierando con te dietro le quinte, è emersa questa visione davvero interessante. Cos’è il successo per te oggi? Come è cambiata questa visione nel tempo?
“Per me, oggi, avere successo ha due volti fondamentali: da una parte la solidità e la riconoscibilità dell’azienda che ho costruito con dedizione e dall’altra, ma altrettanto fondamentale, il piacere di coltivare aspetti culturali, comunicativi e personali.
All’inizio del mio percorso, vedevo il successo soprattutto come ambizione, voglia di affermarmi. Oggi è gestione. È capire dove voglio andare, restare ai vertici senza perdere me stessa.
Senza dubbio il mio concetto di successo, e i bisogni che ci lego, sono cambiati nel tempo: il piacere per il pubblico riconoscimento ora si accompagna indissolubilmente alla possibilità di poter scegliere, di trovare equilibrio tra ciò che ci si aspetta da me e quello che io voglio fare per me stessa.
Successo è avere la possibilità di dare spazio alle parti più autentiche di me, anche quelle non per forza strettamente legate alla cucina.
Ora più che mai ho consapevolezza di quanto il successo sia una cosa fragile, va gestito ogni giorno e, proprio per questo, ritengo sempre più fondamentale che sia legato all’espressione della mia identità. È la possibilità di essere Chef, ma anche divulgatrice, scrittrice e personaggio pubblico, senza dover scegliere. Non è più una meta, è una mappa, che voglio utilizzare per fare sempre più le cose che mi fanno stare bene con me stessa e per dare voce a quei messaggi che ritengo importanti.
All’inizio era un obiettivo più legato alla mia affermazione come persona, ora la mia affermazione come personaggio pubblico è solo il punto di partenza per provare a cambiare in meglio il mondo con cui mi confronto.
C’è bisogno di scrivere paradigmi nuovi e c’è bisogno di qualcuno che metta a disposizione la propria voce per farlo, e il successo per me, oggi, è soprattutto mantenere la posizione per poter fare questo.”
Hai toccato un punto importantissimo di questa nuova campagna: il bisogno di consolidare pratiche più eque per tutti. Le vostre storie sono qui per ispirare: cosa serve per aprire anche alle donne maggiore accesso alla scalata professionale?
“Sai, nel rispondere io parlo pensando principalmente al mondo della ristorazione, ma credo che, con qualche aggiustamento, ci siano delle considerazioni valide in maniera trasversale.
Esiste una sovrapposizione di aspettative di ruolo che si dà per scontato una donna debba fare proprie: se non rendiamo più sostenibile questo immaginario, posizioni di lavoro al vertice resteranno sostanzialmente inaccessibili per le donne.
C’è bisogno sia di un aggiornamento culturale, che di un cambio significativo delle politiche del lavoro, per restituire alle donne la possibilità di avere sia una vita, sia una carriera. Non è più solo un problema storico: sulla carta oggi le donne hanno diritto di accesso ad ogni posizione ma, nei fatti, resta il problema pratico. Voglio dare per scontato il concetto che non è una questione di talento: è mancanza di possibilità di sostenere la vita reale.
Il punto non è se le donne siano capaci, è l’insostenibilità del processo, soprattutto per chi vuole costruire una vita anche fuori dal lavoro. Esiste ancora, per la maggioranza di noi, l’out- out carriera, famiglia.
Nel mio settore, negli ultimi anni è stata normalizzata l’esistenza di chef di successo donna, anche se restano retaggi di preconcetto, ma di fatto siamo davvero in poche in posizioni di comando. È necessario continuare a lavorare sul fronte culturale, per smantellare quelle aspettative sociali che da secoli sono riversate solo sulle donne.
Ma ancora di più serve una visione più ampia, un riconoscimento istituzionale della complessità del lavoro femminile. Perché la parità non è solo una questione di numeri o di accessibilità scritta sulla carta, la parità è fatta di piccoli mattoncini concreti che rispondono alle necessità del quotidiano.”






