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Sono una pilota da quando avevo cinque anni. Non ho mai pensato di fare altro. Mollare non è mai stata un’opzione. Alla me più giovane direi: non arrenderti, tutto ciò per cui combatti varrà lo sforzo, alla fine. Per questo è importante raccontare le nostre storie, per ispirare, far vedere che lo possiamo fare e togliere, con i fatti, terreno al pregiudizio.
Nina Gademan
Innamorata del motorsport da sempre, inizia a correre a soli cinque anni, spinta da una passione precoce nata osservando i genitori che praticavano karting per hobby. Oggi tra le figure più promettenti del motorsport, Nina Gademan è cresciuta tra circuiti e sacrifici e si è fatta strada affrontando le gare con mezzi modesti, spesso contro avversari dotati di attrezzature superiori.
Dopo aver vinto la Karting Slalom Cup ai FIA Motorsport Games 2019, ha esplorato endurance ed esport prima di passare alle monoposto in British F4 nel 2024, dove ha conquistato podi da esordiente. La svolta è arrivata ad agosto 2024, quando ha partecipato da Wild Card alla F1 Academy di Zandvoort, dove è stata la prima a conquistare punti in quella veste, impressionando per carisma e solidità di guida in condizioni difficili. Il suo talento e la sua tenacia le hanno spalancato le porte della F1 Academy, dove oggi corre a tempo pieno. Attiva sui social e content creator, Nina promuove la parità di genere nel motorsport, dimostrando che il talento non ha confini, né etichette.
Nina Gademan per Yalea Eyewear
Con questa campagna Yalea punta lo sguardo sull’affermazione del femminile anche in ambito professionale: una visione nitida, in cui forma e sostanza convivono e ispirano nuove visioni. Una collezione che invita a rompere le barriere e guardare oltre.
Nina, sei giovanissima, eppure durante il nostro incontro hai rimarcato più volte quanto sia importante per te dare messaggi di inclusività alle nuove generazioni e questo ci ha molto colpito, soprattutto perché spesso, dal punto di vista di chi ha qualche anno in più, le donne oggi hanno perfetta parità in tutto. È così?
“Sai, io sono sulla pista da quando avevo cinque anni e sono andata avanti per passione e ostinazione, però mi avrebbe aiutata avere dei modelli a cui guardare, donne intendo. Capisco che, soprattutto rispetto al passato, da fuori può sembrare che oggi abbiamo già tutto, ma “parità” non è una parola che basta usare come uno slogan o un concetto semplice: è ciò che troviamo o non troviamo ogni giorno nel paddock, nelle parole e negli atteggiamenti dei compagni di squadra, nella ricerca di uno sponsor, nelle cifre di ingaggio. Non siamo pari: io ho corso per anni con mezzi di seconda mano mentre i miei colleghi avevano materiale nuovo ogni weekend, perché investire in una donna nel motorsport è ancora un concetto che i più rifiutano.
Però qualcosa si muove, vedo progressi concreti: più ragazze in pista, più ingegnere, più meccaniche, più occasioni di visibilità. Per questo credo che sia importante che le nuove generazioni crescano vedendo modelli di parità, così per loro quella diventa la normalità: una donna in F1 sarà normale, non eccezionale.
Nel mio cuore però la vera svolta sarà quando smetteranno di farci gareggiare in una categoria a parte, perché questo lascia la convinzione che una vittoria femminile valga meno di una maschile: è solo dal confronto diretto che non resteranno dubbi su talento, capacità di lettura della pista, resistenza psicologica e, perché no, anche fisica.
Il mio racconto pubblico non è retorica: racconto le mie difficoltà, come ho dovuto fermarmi per mancanza di fondi, come ho combattuto pregiudizi sottili. Voglio far vedere alle ragazze che la pista può essere casa anche per loro, non un territorio ostile da sopportare. Questo è il messaggio che voglio far passare: la parità si costruisce con politiche, risorse e modelli di riferimento concreti, non con buone intenzioni isolate.”
Non è solo vincere, è far vedere che si può fare
È quasi un mantra ma l’evidenza, ripetuta, ribadita ed esposta alla platea più ampia possibile è l’unico strumento che, poco per volta, potrebbe cambiare il pensiero dominante. “Il mio allenatore era davvero severo con me, non gli importava che fossi una ragazza, mi trattava allo stesso modo dei ragazzi. E questo era molto importante per me. Però non tutti sono capaci di trattarti per il valore che hai e non per il tuo aspetto. I bisbigli, le frecciatine, a volte addirittura il rifiuto di farti provare potrebbero far credere a qualcuna che ci sono posti che non sono adatti a noi. È solo facendo vedere che possiamo arrivare in cima e possiamo farlo alla grande che, un po’ alla volta, cambieremo questa mentalità.”
Infatti, un’altra cosa che ci ha molto colpito durante la nostra chiacchierata è proprio il ruolo dei social media nella tua storia. Oggi li utilizzi per raccontare il tuo sport e la tua visione inclusiva ma, in un periodo difficile della tua vita, li hai trasformati in alleati per rientrare nel motorsport. Ti va di raccontarcelo?
“Sì, c’è stato un momento terribile per me, in cui ho dovuto abbandonare le corse per problemi familiari e mancanza di fondi. È stato davvero come strapparmi il cuore, ho dovuto guardarmi mentre abbandonavo la cosa che amavo di più fare. Però dopo lo shock iniziale ho scelto di non aspettare che qualcuno decidesse per me. Ho preso il simulatore, ho iniziato a creare contenuti e ho trasformato la mia passione in un progetto pubblico. I video non erano solo intrattenimento: erano il mio modo per mostrare competenza, personalità e quel racconto umano che spesso resta fuori dai box.
La viralità è arrivata perché ho raccontato la verità: la fatica, il sorriso, l’allenamento, la frustrazione. Quel racconto ha acceso una community, ha attirato l’attenzione di quello che poi sarebbe diventato il mio manager e ha convinto degli sponsor a investire.
I social mi hanno ridato controllo sulla mia storia: ho potuto continuare a raccontare cosa pilotare significa per me, far vedere come potevo tenere la pista, come mi stavo preparando per tornare e cosa significasse davvero essere una pilota giovane oggi.
Non è stata una soluzione magica, ma uno strumento strategico. E oggi cerco di usare la piattaforma come ponte tra il paddock e il pubblico, per continuare a tenere alta l’attenzione, raccontando direttamente cosa provo mentre vivo il mio sogno, senza svendere la mia immagine. I social sono stati un importante banco di prova nella mia volontà di restare in questo circuito e una potente cassa di risonanza: grazie a loro sono tornata in macchina, con più visibilità, risorse e fiducia. E spero che anche questo possa essere un esempio virtuoso.”
Oggi sei in grandissima forma e stai ottenendo ottimi risultati. Ora hai una consapevolezza solida, ma sei passata attraverso critiche, momenti di sconforto, paure. Come li hai affrontati e cosa hai imparato? Ma soprattutto, cosa ti auguri da qui in poi per il motorsport?
“Per tutta la prima parte del mio percorso ero costantemente preoccupata, la paura è stata una compagna costante: paura di finire i soldi, di non avere la macchina adatta, di non essere abbastanza. Però non l’ho mai lasciata vincere; l’ho trasformata in disciplina e alla fine ho capito che la paura più grande l’abbiamo proprio verso le cose a cui teniamo di più. Quindi c’è solo una cosa da fare: andare e farlo! Ho imparato che la vera forza non è trovare il modo di non avere paura, ma usarla come guida verso ciò che più conta.
Per quel che riguarda le critiche, è un po’ la stessa cosa. È e sarà impossibile fermarle e alcune volte arrivano più dure o gratuitamente perché sono una donna. Il genere che mi infastidisce di più è quando svalutano il risultato che ottengo, dicendo che la competizione era debole o che il merito non è puro. Non fa piacere, però non permetto che entrino davvero nella mia mente, non li mescolo mai con il mio essere, con la mia identità. Non ignoro l’attacco, ma resto focalizzata per migliorare.
Ci sono pattern mentali contro i quali le parole sono vane, verrebbero di nuovo usate contro di noi, per dire che ci lamentiamo, che non sappiamo reggere il confronto, che siamo troppo sensibili, troppo emotive. La verità è ben distante, ma quello che possiamo fare ora, per il momento, è tenere stretto il supporto di chi vede il nostro valore, prima del nostro sesso e vincere. E vincere di nuovo.
Quello che mi auguro per il motorsport è quello che dicevo anche prima: sogno un’ integrazione reale, percorsi misti nelle fasi giovanili e professionali, fondi mirati per chi ha talento ma non risorse, più donne in pista, in ruoli tecnici e decisionali. Voglio vedere bambine che crescono pensando “posso correre con i ragazzi”, non “esisto solo in una categoria separata”. Il mio augurio è che il sistema riconosca il valore del talento ovunque nasca e che la pista diventi uno spazio autenticamente aperto.”






