Beyond the Glass Ceiling

Nadia Nadim

Capita di partire da una posizione svantaggiata, ma questo non significa doverci restare per sempre. Prima regola: mai accettare un “No” come risposta.

Yalea Eyewear Nadia Nadim
Yalea Eyewear | 1080X1080px_YALEA_noLOGO6

È una questione di mentalità: prima, devi avere grandi sogni, poi inseguirli con tutta la tua forza. Bisogna mettere le cose in prospettiva e non arrendersi. Mia madre ha rischiato la vita per strapparci ai talebani; paragonato a questo, nessuno sforzo per rivendicare il mio spazio è troppo. Con il mio debutto nella nazionale danese, non ho solo realizzato un sogno, sono diventata parte viva di un cambiamento.

Nadia Nadim

Calciatrice professionista, medico specializzata in chirurgia ricostruttiva e ambasciatrice UNESCO. Figlia di un generale dell’esercito afgano e di una biologa e direttrice scolastica, Nadia Nadim vive a Kabul fino al 1996-97, quando l’esecuzione del padre e le restrizioni imposte dai talebani spingono la madre a cercare una via di fuga per sé e le 5 figlie.

Affidandosi a trafficanti d’uomini, tentano di raggiungere dei parenti in Inghilterra o Germania, ma vengono condotte prima in Italia e poi, nascoste in un camion, fino in Danimarca. Qui chiedono asilo politico e cominciano la vita nel campo profughi. Qui Nadia scopre e si innamora del calcio, che diventa la sua strada per il riscatto. A 19 anni, appena ottenuto il passaporto, diventa la prima calciatrice non danese a indossare la maglia della Nazionale. Oggi ha oltre 100 presenze sotto i colori della Danimarca, ma il suo talento l’ha portata in club come Fortuna Hjørring, Portland Thorns, Manchester City, Paris Saint-Germain e ora AC Milan. Parallelamente, è attivamente impegnata per promuovere l’accesso all’istruzione e allo sport per le ragazze private di diritti, sia sotto l’egida dell’UNESCO, sia attraverso la ONG Default, fondata insieme ad una zia in Afghanistan.

Yalea Eyewear | 1080X1350px_YALEA_noLOGO5
Yalea Eyewear | 3_SYA215-6A7

Nadia Nadim per Yalea Eyewear

Con questa campagna Yalea punta lo sguardo sull’affermazione del femminile anche in ambito professionale: una visione nitida, in cui forma e sostanza convivono e ispirano nuove visioni. Una collezione che invita a rompere le barriere e guardare oltre.

 

Scoprila ora

 

 

Nadia, con te partiamo da un tema scomodo, che a volte è ancora un tabù: la disuguaglianza esiste e la vita non sempre da opportunità pari. Tu ce ne hai parlato con grande serenità e una prospettiva degna del coraggio che contraddistingue la tua storia. Dicci di più, perché è importante chiamare per nome anche le verità scomode…

Dare un nome alla disuguaglianza è fondamentale. Perché se non la nomini, non la vedi. E se resta invisibile, non la combatti. Il mondo è spesso ingiusto, la vita stessa lo è, ma per qualche ragione sembra non si debba dire. Ci sono persone che partono in svantaggio, è un fatto e va dichiarato. Ammetterlo non significa che debbano restare lì per sempre, ma è una presa di coscienza fondamentale. I pregiudizi sistemici esistono, eppure è difficile sentirlo dire chiaramente. E non è una di quelle cose che cambi con le parole: devi solo continuare a lavorare e credere che ciò che fai è giusto. E sperare che, i tuoi risultati, il tuo esempio, lentamente cambieranno la mentalità di chi osserva. Il mindset è tutto: questa è la più grande lezione che ho avuto da mia madre. Avevo 8 anni quando i talebani hanno giustiziato mio padre. Lei aveva appena perso l’amore della sua vita e sostanzialmente, assieme a tutte le altre donne, lo stato di essere umano senziente. Era giovane e bellissima, avrebbe potuto rassegnarsi, darsi nuovamente in moglie e farci marcire in un angolo. Invece, da sola, ha trovato la forza di farci uscire da quell’incubo.

Abbiamo vissuto nel terrore, siamo fuggite, per finire in un campo profughi da rifugiate. Per anni non abbiamo avuto nulla, ma lei non ha mai lasciato il minimo spazio all’autoindulgenza, “Non c’è tempo per essere tristi per come è la nostra vita ora. Non c’è nulla che tu non possa fare. Devi solo lavorare davvero duramente per ottenerlo.” Ci ha inculcato il non arrendersi mai, il non accettare mai un “no” come risposta. Ci ha impedito di nasconderci dietro il senso di ingiustizia e ci ha dato la forma mentis per accedere per sempre alla libertà. Ha chiamato ogni cosa col suo nome, ma non ha mai permesso che il nostro partire da una condizione svantaggiata determinasse il nostro intero futuro. Lo strumento di svolta è l’accesso: certo da donna, da calciatrice e da immigrata ho sentito spesso e chiaramente il peso del pregiudizio, ma lo sport e l’istruzione mi hanno dato anche gli strumenti per cambiare il mio destino. Per questo credo davvero che chi ha una voce debba usarla per creare più consapevolezza. Racconto la mia storia, non per celebrare la mia forza, ma per ricordare che la disuguaglianza non è un destino: è un sistema, e i sistemi si possono cambiare. Ma solo se li riconosciamo.

Sogni fuori dalle righe? Tu sei ok, è la scatola troppo piccola

Semplice, disarmante, concreta. Come solo le verità conquistate con una lunga fatica sanno essere. Come ogni frase che ha condiviso con noi. Nadia Nadim non ha dubbi: “Non importa quanto sia stretta la scatola in cui provano a metterci, ogni giorno dobbiamo spingere quei muri un poco più in là, per creare più spazio. Per le nostre aspirazioni, ma anche per ispirare altre a fare lo stesso. Dobbiamo restare concentrate sui nostri obiettivi e lasciare spazio all’empatia. Migliorare un po’ ogni giorno, questo è il vero successo. Spingerci costantemente oltre i nostri limiti, poco per volta. Non esistono aspirazioni sbagliate, è solo che ci vorrebbero tenere in scatole troppo piccole. Non cambierà in un giorno. Per questo, con tenacia, un risultato dopo l’altro, dobbiamo spingere quelle pareti, fino a quando sarà necessario.”

Rompere il tetto di cristallo significa anche questo: fare ciò che nessuno aveva fatto prima, in ambiti o in situazioni in cui non si era previste o incluse. Qual è stata la prima volta in cui hai sentito di aver cambiato per te, ma non solo, le regole del gioco?

Il momento più eclatante in cui ho sentito di aver davvero cambiato le regole del gioco — non solo per me, ma per tante altre ragazze — è senza dubbio quello del mio debutto in Nazionale: immigrata, prima nella storia danese a vestire quella maglia, venivo da un campo profughi con un melting pot di culture che proibivano alle ragazze di giocare a calcio. Non era previsto. Non era accettato. Le aspettative erano altre: diventare brave casalinghe, sposarsi presto, avere figli. Io invece giocavo a calcio per strada con i ragazzi, perché erano gli unici a farlo. E per questo avevo una cattiva reputazione. Le comari del quartiere dicevano a mia madre: “Perché tua figlia gioca con i maschi?”. E mia madre, che mi ha sempre sostenuta, mi diceva: “So che non fai nulla di male, ma nasconditi dietro i muretti quando le vedi, così non parlano.”
Poi è arrivato quel giorno, sognato dal primo momento in cui ho scoperto il calcio, e tutto è cambiato. Gli uomini del campo si complimentavano pubblicamente per il risultato e le stesse comari che mi criticavano, mi chiedevano dove potevano iscrivere le figlie per giocare. Era come se avessi aperto una porta che prima non esisteva. Ero diventata un esempio.

Quel giorno ho capito che il mio percorso non era solo personale, era simbolico: agli occhi della mia comunità e di quelli della nazione che mi aveva accolta. Ogni passo che avevo fatto, ora apriva la strada per qualcun altro. C’è stato anche un altro momento cruciale, durante l’università. Ero riuscita ad entrare a medicina e, parallelamente, mi allenavo con la Nazionale. Al tempo non c’erano percorsi dedicati agli atleti, così un giorno mi sono trovata con una convocazione della squadra che si sovrapponeva a degli esami fondamentali per il mio futuro universitario. Ho cercato la mia tutor, chiedendo di poter trovare una soluzione: “Devi scegliere: o diventi medico o giochi a calcio. Non puoi avere tutti e due”. Non ho mai lasciato l’università, tanto meno il calcio, e il giorno in cui mi sono laureata, davanti alle telecamere ho detto “Qualcuno dica alla mia tutor che ho fatto entrambe le cose.” Oggi, per fortuna, le cose per chi è studente e atleta sono cambiate. Ma rompere il tetto di cristallo è anche questo: fare ciò che nessuno ha fatto prima, non perché sia facile, ma perché è necessario. Perché ogni volta che lo fai, non stai solo cambiando la tua storia, ma anche quella di chi verrà dopo di te. Significa entrare dove non ti aspettano. E restare, anche quando ti chiedono di andartene. Perché sai che è la cosa giusta.”

Dietro al tuo sorriso pazzesco e alla tua voglia di fare contagiosa, hai trovato il modo di gestire critiche, paure e il rapporto con il successo. Raccontaci di più su questo e scegli un consiglio da dare a chi ci sta leggendo.

Beh, come ogni essere umano, paura, dubbio, rabbia, ansia, fanno parte della mia storia e della mia vita. Sono stata nella condizione di non avere voce, di non avere scelta, di temere per la mia vita e lì mi sono promessa che, se mai fossi uscita da quella situazione, non sarei mai più stata così impotente. Non avrei mai permesso a nessuno o a niente di decidere cosa posso o non posso fare. Mettere le cose in prospettiva è una buona tecnica; c’è una cosa che mi dico spesso e la condivido volentieri: “Non importa quanto buio sia il tunnel, se resti lì e rimani calmo, a un certo punto i tuoi occhi si adattano all’oscurità e inizi a vedere le cose.” Di nuovo, è una questione di mindset: puoi restare immobile e piangere, oppure puoi rimboccarti le maniche e trarre il meglio dalla situazione che hai. Avere coraggio e ottenere successi è il modo migliore che abbiamo per tappare la bocca a chi ci critica. Il successo per me è uno strumento per fare avverare ciò che è giusto, è saper superare i miei limiti e aiutare qualcun altro con i suoi.

Vale per il mondo del calcio ma anche in ogni altro ambito: ci sono meccanismi che possiamo solo accettare. Per il momento. Questo non significa rassegnarsi, significa continuare a spingere nella direzione giusta, avere pazienza e portare a casa risultati. Sono cambiamenti che non accadono da oggi a domani, ma poco per volta.
Ed è importante avere grandi sogni, sempre, in ogni situazione, è il primo passo per aprire nuovi processi mentali. È quello che è successo a me, arrivata al campo profughi: non avevo nemmeno mai visto delle ragazze giocare a calcio, eppure quella visione, al di là della rete, mi ha dato un senso di tale libertà da cambiare per sempre la mia vita. Il primo passo è avere grandi sogni, poi crederci e poi sapere che nulla è gratis, che dovrai lavorarci con tutte le tue forze. Anche mentre piangi.

 

Potrebbe piacerti anche


20 Marzo 2026

Yvonne Bajela

Start-up Investor. Inserita da Forbes nella lista “30 Under 30 Europe” e tra le 25 personalità nere più influenti del Regno Unito, è oggi Partner di LobalGlobe e Latitude e fondatrice di Impact x Capital Partners, un fondo da 100 milioni di sterline dedicato a sostenere imprenditori sottorappresentati.

Leggi di più

4 Marzo 2026

Isabelle Vivienne

Falegname e influencer. Oggi è l’influencer dell’artigianato più seguita nell’area DACH e ha costruito una community che rappresenta un presidio contro le critiche sessiste e una fonte di ispirazione per tutte le donne che scelgono di intraprendere una carriera artigianale.

Leggi di più

12 Febbraio 2026

Tania Álvarez

Pugile professionista. Con determinazione e perseveranza, Tania si afferma nel mondo del pugilato, conquistando nel 2023 il titolo europeo EBU dei supergallo, che ancora oggi detiene.

Leggi di più