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Guardate bene, non esistono donne mediocri ai vertici, solo outsider. Ma spesso, aspettando la perfezione, molte perdono occasioni incredibili. Dobbiamo imparare ad autolegittimarci, nessuno verrà a salvarci da fuori. Gli uomini non si chiedono se sono all’altezza della posizione che vogliono, se la prendono. È tempo di fare lo stesso.
Maria Cudeiro
Super femminile e ultra determinata, ha costruito la sua carriera portando al successo globale diversi brand. Madre di 5 figli, crede fortemente nella mentorship tra donne e in un approccio alla leadership fondato sulla valorizzazione della persona.
Farmacista di formazione, ha iniziato il suo percorso nell’industria farmaceutica 23 anni fa, entrando in Sanofi Aventis grazie a un programma per giovani talenti. Dopo otto anni, durante l’MBA presso Esade ha scelto di reinventarsi nel mondo della dermatologia e dell’estetica, unendo scienza e bellezza. Ha lanciato Bioderma in Spagna e guidato il marketing europeo. Successivamente è diventata CEO di Iberia di Croma Pharma, dove ha costruito da zero un brand globale, trasformando un’azienda di produzione in un player strategico. Oggi è alla guida di Evolus, con responsabilità su Spagna, Portogallo e Svizzera, portando innovazione e leadership in un settore ancora dominato dagli uomini. Ha studiato anche alla London School of Economics e IESE, ed è inserita tra le Top 100 Mujeres Líderes de España.
Maria Cudeiro per Yalea Eyewear
Con questa campagna Yalea punta lo sguardo sull’affermazione del femminile anche in ambito professionale: una visione nitida, in cui forma e sostanza convivono e ispirano nuove visioni. Una collezione che invita a rompere le barriere e guardare oltre.
Maria, parlare con te ci dà la possibilità di condividere una visione femminile autentica e a tutto tondo di cosa significhi per una donna arrivare alla leadership. Non abbiamo trovato traccia di recriminazione nel tuo racconto, ma hai usato spesso il termine maratona, spiegaci perché…
“Sì, anche se scelgo di non rimarcare come spesso per noi è più complicato fare carriera, con la stessa franchezza ho sempre parlato di maratona per arrivare alla leadership, perché è una metafora semplice e calzante. Non è un percorso veloce, è una strada lunga, faticosa, troppo spesso – per molte- solitaria, in cui non puoi saltare nessuna tappa. A volte ti senti stordita, hai sete e metti in dubbio le tue risorse, ma devi continuare. La maratona non premia la velocità, ma la costanza. E, anche se la pazienza non era certo tra le mie doti naturali, ho imparato l’importante esercizio di continuare ad implementare la mia strategia, anche quando sembra che le cose si fermino. È importante esserne consapevoli, ti mette al riparo dal burnout: la capacità di balance mentale e di relazione è fondamentale per non crollare a metà. Essere resistenti è molto più importante della velocità.
Un altro punto fondamentale è la questione d’identità: se l’aspirazione alla leadership è nelle tue vene, devi continuare a muoverti su quel tracciato. È facilissimo, soprattutto per noi donne, arrivare ad un punto in cui, sotto il peso di tutte le aspettative sociali, rischiamo di ritirarci a metà del percorso, ritrovandoci magari qualche anno dopo, prive di una spinta totalizzante.
Ci sono input e situazioni che non puoi controllare direttamente, non importa se sono giuste o no, tu devi imparare a gestirle. Così come il successo: bisogna imparare a goderselo fino in fondo quando c’è, senza dimenticare che non è mai un punto di arrivo, è un momento, oggi sei al vertice, domani potresti dover ricominciare da capo. Per questo io investo molto nelle relazioni e la mia soddisfazione più grande è la lealtà del mio team, perché è una conquista che non perderò mai, qualunque cosa succeda alle proiezioni di budget.”
Mettere limiti è leadership, farlo con eleganza è il nostro plus
Maria Cudeiro non recrimina, ma nemmeno fa giri di parole quando c’è bisogno di raccontare il pregiudizio per quello che è: “Sei donna? Ti giudicheranno: se sei alta, sei carina o “chissà chi conosce”. È così, possiamo solo prenderne atto e mettere dei paletti chiari. Ma dobbiamo farlo con lucidità, scegliendo bene i modi e i momenti. Non è accettabile essere chiamate “principessa” o “bella” in contesti professionali, ma al momento, prima di reagire, dobbiamo ancora preoccuparci di non essere considerate, nella migliore delle ipotesi, troppo emotive. Ma è così, e dobbiamo gestirlo. L’arma in più che abbiamo è l’eleganza: non si perde, neanche quando ci feriscono, ma senza arretrare mai di un passo.”
Un altro concetto molto chiaro e concreto che è emerso durante il nostro incontro è quello di mentorship come antidoto al tetto di cristallo e alla perdita di identità professionale. Quanto importante è questo strumento nella ricerca di un cambio di paradigma?
“Sai, per assurdo non mi ero mai fermata a ragionare sul così detto tetto di cristallo, ammetto che non ci avevo mai pensato davvero. Poi, preparandomi a questa intervista, ho messo a fuoco che all’inizio della mia carriera ho avuto la grande fortuna di avere come capo una donna. Questo sicuramente mi ha permesso di fare il mio percorso con una serenità diversa. Ma se faccio uno zoom out sulla mia carriera, mi rendo conto che sì, quel tetto esiste. E la mentorship è uno degli strumenti più potenti per superarlo. Ti faccio un esempio: durante il mio MBA, a 27 anni, ci chiesero di immaginare la nostra vita tra dieci anni. Scrissi che sarei stata direttrice marketing, con tre figli e un marito dentista con una clinica. L’ho realizzato. Ma quando ci sono arrivata, ho capito che in verità potevo fare ancora di più, anche meglio del mio capo. È lì che ho iniziato a spingermi oltre, ma ci avrei forse pensato prima se avessi avuto una donna senior di riferimento.
La verità è che, nonostante il grosso dell’impegno e dei sacrifici sia personale, nessuno ce la fa da solo. Come dicevo, è una maratona. Le donne che hanno successo, spesso, lo devono anche al fatto di aver avuto il supporto di altre donne.
Dobbiamo costruire e custodire questa rete. In effetti, fosse per me, la mentorship dovrebbe essere obbligatoria per legge. Soprattutto per le donne junior: pensiamo per esempio al momento in cui si affronta la maternità, quando il mondo intero sembra dirti che devi fermarti. In quei momenti, avere accanto una figura senior che ti dice “Andrà tutto bene, non perdere te stessa. Non mollare, il tuo bambino un giorno crescerà e tu puoi essere sia una buona madre che una grande professionista.” È una voce che può fare la differenza tra ritrovarti o smarrirti.
Ho visto donne brillanti lasciare il lavoro, convinte fosse la scelta giusta, e ritrovarsi perse anni dopo. Per questo insisto: serve una guida, serve una voce che ti aiuti a vedere oltre. E sì, anche gli uomini possono essere mentori preziosi, se sono disposti ad ascoltare davvero. Ma le conversazioni tra donne, soprattutto per certe tematiche, hanno una profondità diversa. La mentorship è il primo passo per cambiare il paradigma. E io, personalmente, la implementerei subito.”
Infine, la più classica – forse- delle domande, ma il punto è sempre incredibilmente attuale e poche meglio di te possono darci un insight più autentico sul tema: come si concilia la voglia di fare carriera, con quella di avere una famiglia?
“Non c’è una formula magica, ma una verità che ho imparato sulla mia pelle: è un puzzle complesso, che parte da te, ma che non potrai mai chiudere completamente da sola. È una ricerca continua di equilibrio, è imparare a lasciare andare aspettative e sensi di colpa che non ti appartengono. Prima di tutto, è una questione di identità: devi essere onesta mentre ti formi una visione di te stessa e avere il coraggio di agire di conseguenza. La prima cosa da bandire è la paura: vuoi qualcosa? Vai e prendila! Gioca duro, metti in campo ogni energia: la vita è una, il momento perfetto non esiste. Io sono madre di cinque figli, ho studiato in scuole di business anche mentre ero incinta, ho partorito e sono tornata in aula una settimana dopo il parto. C’è chi mi ha criticata? Sicuramente. Perché l’ho fatto? Perché volevo, e voglio, costruire qualcosa di straordinario, oltre che essere madre. Continuare a salire richiede visione e resistenza. Gli uomini da sempre fanno squadra. Noi donne, ancora troppo poco. Non per la favoletta che non sappiamo fare squadra, ma perché siamo ovunque: al lavoro, a casa, a prendere i bambini, a colloquio coi professori.
Dobbiamo imparare a ritagliarci spazi di networking, anche se siamo stanche morte. Anche quando ci si spezza il cuore a lasciare i figli. Una regola d’oro che ho imparato nel mio percorso è che le connessioni si costruiscono prima di averne bisogno.
E anche a casa, anche al partner, dobbiamo dire con chiarezza le nostre vere aspirazioni, perché anche questa sfera di supporto è fondamentale. Mio marito, ad esempio, non avrebbe mai scelto di vedermi vivere questa vita. Ma io la volevo: e non gliel’ho chiesta, l’ho solo informato, peraltro scrivendogli una lettera davvero toccante in cui gli dicevo che la mia identità era in parte plasmata dalla mia carriera, ed eventualmente, di sposare qualcun altro. Per fortuna è rimasto e mi ha sempre supportata. E sì, è difficile, ma non impossibile. Serve coraggio, squadra e una visione chiara di chi vogliamo essere. Perché alla fine, non si tratta solo di conciliare. Si tratta di scegliere. E io ho scelto di essere entrambe: madre e leader.”






