Beyond the Glass Ceiling

Yvonne Bajela

Nel settore in cui opero, meno del 2% dei finanziamenti va comunemente a imprenditrici donne. Nel mio ruolo posso contribuire ad ampliare quel 2%.

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All’inizio il mio obiettivo era semplice: fare molti soldi. Ma ho capito presto che mi serviva più del successo finanziario per sentirmi realizzata. Credo che ciascuno di noi sia qui per uno scopo, e a volte scoprirlo richiede fede, coraggio e la disponibilità ad assumersi dei rischi. Ciò che ti rende diverso non è un difetto, è spesso la tua più grande forza. Accoglilo: è lì che risiede il tuo potere.

Yvonne Bajela

Yvonne Bajela è una start-up investor britannica di origini ghanesi, oggi Partner di LocalGlobe e Latitude e fondatrice di Impact X Capital Partners, fondo da 100 milioni di sterline dedicato a imprenditori sottorappresentati.

Laureata alla Brunel University e con master a Oxford, ha iniziato la carriera in Goldman Sachs per poi diventare una delle più giovani investment manager di Mitsui & Co., dove ha guidato investimenti in realtà trasformative come Wise. Riconosciuta da Forbes tra i “30 Under 30 Europe” e tra le 25 personalità nere più influenti del Regno Unito, ha ricevuto premi per leadership e impegno inclusivo. Oltre alla finanza, è Global Shaper del World Economic Forum e trustee di City Gateway, sostenendo giovani e comunità svantaggiate. Madre di due figli, non ha dubbi sul ruolo cruciale delle reti di supporto, fatte di famiglia, alleati e mentori, per rendere sostenibili le ambizioni personali. Per lei, la diversità è un superpotere e il rischio più grande è non correre rischi.

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Yvonne Bajela per Yalea Eyewear

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Yvonne, hai trovato la tua dimensione in una delle roccaforti più saldamente male-dominated, per di più da donna di colore. Con te vogliamo decisamente cominciare da questo: come si gestisce il pregiudizio? Quando hai sentito di aver rotto il tetto di cristallo e cosa serve oggi per una maggiore equità di genere, anche nel tuo mondo?

“Ho lavorato in grandi aziende e in team più piccoli, e i dati parlano chiaro: il pregiudizio esiste. A volte è evidente, altre volte è sottile, difficile da nominare. All’inizio mi frustrava molto, ma ho capito che non dovevo lasciare che mi ostacolasse. Ho messo a fuoco, nel tempo, che il pregiudizio è un problema di chi lo esprime, non mio. Il fatto di essere spesso l’unica donna nella stanza, mi dava la possibilità di portare un punto di vista diverso. Ho trasformato questa condizione minoritaria in un vantaggio, invece di viverla come uno svantaggio: la mia sensibilità mi permetteva di intuire cose che altri non vedevano. Nel mondo della finanza le donne sono una minoranza, ma l’onere di presidiare è su di noi: non possiamo permettere che questo ci blocchi.
Per assurdo, il momento in cui ho sentito di aver rotto il tetto di cristallo è stato proprio durante una concomitanza di condizioni apparentemente sfavorevoli: c’era appena stata la Brexit, io lavoravo per Mitsui, azienda giapponese dove la gerarchia è rigidissima, eppure sono riuscita a diventare senior investment manager, gestivo oltre 200 milioni di dollari in investimenti in tutta Europa, Medio Oriente e Africa.

Poi ho capito che il mio vero destino era un altro, ma quella è stata senza dubbio una conquista significativa.
Però, nei fatti, i numeri sono allarmanti: nel mio settore meno del 2% dei finanziamenti va a fondatrici donne e, meno dello 0,1% di quel 2% a fondatrici di colore. Per cambiare serve concretezza: servono più investitrici al tavolo e più sponsor che parlano di noi nelle stanze dove non siamo ancora presenti. Avere il mio posto al tavolo mi dà l’opportunità di contribuire ad ampliare quel 2%. Per questo a tutte dico, non importa in che settore, se sei tra le poche presenti nella stanza, non scoraggiarti: resta, fai sentire la tua voce, scuoti il tavolo. Spesso il segreto non è chiedere il permesso di entrare, ma entrare con una proposta che nessuno può ignorare.”

Il nostro superpotere? Trasformare un’etichetta in firma.

È una costante che permea tutto il suo racconto, ci crede fermamente Yvonne: “La diversità non è da correggere: è da capitalizzare. All’inizio mi dicevano ‘Devi essere più assertiva, più aggressiva’, ci ho pure provato, con il risultato di rendermi ridicola. Poi ho imparato. Oggi, la calma e l’empatia che mi contestavano sono strategiche nei ruoli che ho. Se ci chiedono di cambiare natura, perché siamo troppo, oppure non abbastanza, forse siamo nel posto sbagliato. Dobbiamo lavorare su ciò che gli altri chiamano diverso, come nostri punti di forza. Perché la leadership autentica nasce quando trasformiamo la nostra peculiarità in valore. Per fare la differenza, l’autenticità non è un optional; restare fedeli alla nostra natura è l’unico modo per avere un impatto reale sul mondo esterno.”

Gestione del rischio e successo: sono dimensioni che conosci molto bene, con cui ti misuri da tempo. C’è qualcosa che hai appreso nel tuo percorso che può essere utile a chiunque stia cercando di affermare la sua unicità?

“Per me la gestione del rischio e il successo sono due dimensioni inseparabili. All’inizio pensavo che il successo fosse soprattutto una questione di titoli e di denaro: crescere rapidamente, guadagnare molto, dimostrare di avercela fatta. Ma puoi avere tutti i più grandi titoli e i soldi veri però, se alla fine della giornata non sei soddisfatto, a cosa serve? Oggi lo definisco in modo diverso: il successo è operare nel tuo scopo, avere un impatto reale e farlo a modo tuo. Per me, oggi, è finanziare aziende che possono cambiare settori, creare ricchezza e aprire nuove possibilità, ma è anche costruire una vita che funzioni fuori dal lavoro, in cui posso essere presente come madre e continuare a fare altro che amo.
Credo davvero che siamo tutti qui per una ragione, e che il successo sia vivere quella ragione con autenticità. Questo significa anche imparare a prendere dei rischi, accettare che la paura fa parte del percorso. Crescendo in una famiglia africana, mi era stato insegnato di non correre rischi, a seguire il percorso tradizionale: entrare in una grande azienda e scalare la gerarchia in trent’anni.

Ma all’università ho visto amici prendersi dei rischi, avviare imprese, uscire dagli schemi. Questo mi ha insegnato che la paura non deve paralizzare, ma può diventare un motore.
Nella mia carriera ho fatto diversi salti, spesso senza sapere esattamente cosa stessi facendo. Quando sono entrata in Mitsui, ad esempio, mi hanno chiesto di guidare un team e non avevo idea di come affrontarlo. Ho scelto di sentire la paura e farlo comunque, perché si impara lungo il cammino. Ogni rischio porta con sé lezioni che ti trasformano. Quello che ho imparato, e che può essere utile a chiunque cerchi di affermare la propria unicità, è che il rischio è il terreno più fertile su cui costruire la nostra autenticità. Che non significa fare scelte avventate, significa ascoltarsi profondamente. Il successo non è adattarsi a un modello imposto, ma restare fedeli alla propria natura: solo uscendo dalla zona di comfort e liberandoci da etichette che non ci appartengono diventiamo la persona che siamo destinati a essere.»

Durante la nostra chiacchierata ad un certo punto ti abbiamo chiesto se c’è stata qualche figura fondamentale nel tuo percorso di ascesa, tu hai sorriso e hai detto: “Più che una persona, ci vuole una comunità”. Dicci di più, è importante che ogni donna forte là fuori sappia che avere dei riferimenti non è una debolezza e creare reti di supporto rende il successo più stabile.

“Quando dico ‘ci vuole un’intera comunità’ è perché, guardando indietro, vedo più di una persona che è stata fondamentale nel mio percorso. In modi e contesti diversi, tanti mi hanno reso possibile andare avanti. Quando ero in Mitsui, ad esempio, e ho raggiunto quel traguardo che mi ha fatto dire ‘ho rotto il tetto di cristallo’, avevo questo collega che ha sempre creduto in me e mi ha sostenuta, anche in meeting dove io non ero presente. Senza sponsor e alleati non avrei raggiunto certi obiettivi. Avere riferimenti e punti di sostegno esterni non è una debolezza: è il modo per costruire basi solide. Nessuno arriva da solo, e riconoscerlo è parte della forza.
Ci sono poi la famiglia, gli amici, gli affetti fuori dall’ufficio. Oggi ho due figli piccoli e spesso devo viaggiare per lavoro: non potrei farlo senza il supporto che ho intorno, che mi permette di continuare a crescere senza dover scegliere tra vita personale e professionale.

E ci sono i contributi esterni di persone che non ho mai incontrato, ma che sono diventate fonti di ispirazione e formazione. Oggi abbiamo un’infinità di strumenti per alimentare il nostro percorso: podcast, storie, contenuti che mi hanno aiutata a vedere possibilità diverse.
Penso a tutto questo quando dico che serve un’intera comunità. Alle donne che sentono di dover cambiare dimensione ma sono frenate dalla paura di non farcela, voglio dire: essere forti non significa fare tutto da sole. Significa avere il coraggio di chiedere aiuto, di costruire reti, di accettare che il sostegno è parte del cammino. E significa anche riconoscere che la paura è una compagna di strada: ci ricorda che siamo vivi. Il rischio che deve spaventare di più non è fallire, ma non provarci. Se vuoi avviare un progetto, fallo: se non funziona, troverai un’altra strada. Ma se rinunci prima ancora di tentare, resterà solo il rimpianto.
Il successo è più accessibile e stabile quando condividi il percorso per arrivarci. Le reti di sostegno sono le vere infrastrutture dell’uguaglianza, il primo passo verso la parità.”

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